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Mafia e servizi deviati nel carcere di Parma: l’omicidio Mormile tra i misteri d’Italia

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«Nostro fratello Umberto è stata una vittima certificata del cosiddetto protocollo Farfalla, cioè quell’accordo segreto tra il Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria, ndr) e i servizi per gestire le informazioni dei penitenziari di massima sicurezza. Umberto è stato testimone di ingressi, al carcere di Parma, di apparati dello Stato e di colloqui abusivi, illeciti e non registrati intercorsi tra i servizi segreti e boss». Durante le celebrazioni che lo scorso mese, a Palermo, hanno ricordato il 25° anniversario delle strage compiuta per uccidere Paolo Borsellino, sono state durissime le parole di Nunzia e Stefano Mormile, fratelli di Umberto, l’educatore penitenziario assassinato l’11 aprile 1990 a soli 37 anni mentre andava al carcere milanese di Opera, dove era stato trasferito, dopo intricate vicende che in quegli anni avvennero nel carcere di Parma.
«Umberto aveva assistito a queste cose minacciando di raccontarli», hanno sostenuto i famigliari «ci aspettiamo che si apra magari un nuovo processo sui fiancheggiatori. Una vicenda sulla quale però è calato il segreto di Stato». L’uccisione di Mormile fu il primo di una serie di delitti ad essere rivendicato dalla Falange Armata, una sigla di comodo che stando alle evidenze giudiziarie emerse nel corso degli anni fu inventata dalla Mafia e dalla ‘Ndrangheta per rivendicare gli omicidi commessi quando le due organizzazioni mafiose avrebbero agito con pezzi deviati dello Stato.
Umberto Mormile aveva 37 anni quando la mattina dell’11 aprile 1990 fu assassinato con due colpi di pistola 38 special sparati dietro all’orecchio sinistro da distanza ravvicinata dal killer di ‘Ndrangheta, reo confesso, Antonio Schettini. L’assassino rivelò agli inquirenti che alla guida della Honda 600 che affiancò l’Alfa 33 di Mormile, a Lodi, sulla strada tra Melegnano e Carpiano, c’era Antonino Cuzzola, come mandante è stato condannato il  boss della ‘ndrangheta di Buccinasco e Platì, Domenico Papalia.
Si disse che l’attività di Mormile avrebbe danneggiato il boss detenuto che non ottenne dei permessi, fatto che avrebbe portato all’esecuzione, ma le condanne definitive di mandante ed esecutori materiali non hanno mai soddisfatto la famiglia. Fu accertato che, tra l’86 e l’87, nel carcere di Parma venivano fatti molti favori ai detenuti e questo indusse il Ministero di Grazia e Giustizia a trasferire molti operatori. Ci furono dicerie anche sul povero Mormile, ma nulla è stato mai provato. Nel carcere di Parma all’epoca c’era Armida Miserere, la vice direttrice poi morta suicida mentre lavorava nel penitenziario di Sulmona.
Una conferma che dietro l’omicidio Mormile si cela qualcosa di ancor più tetro di una vendetta mafiosa si è avuta il mese scorso, quando a Reggio Calabria a seguito dell’inchiesta ‘Ndrangheta Stragista è stata eseguita un’ordinanza di custodia nei confronti di Rocco Santo Filippone e Giuseppe Graviano (capo del mandamento mafioso di Brancaccio, una delle menti delle cosiddette stragi “continentali” eseguite da Cosa Nostra negli anni ’90). Gli inquirenti rivelano un patto tra Mafia e Ndrangheta per colpire pezzi dello stato. A pagina 914 c’è un paragrafo che reca questo titolo: “Un filo rosso delle vicende stragiste: le rivendicazioni Falange Armata. L’omicidio Mormile. La riunione di Enna e le dichiarazioni di Cannella, Avola e Malvagna. Le dichiarazioni di Foschini e Cuzzola. Il copyright della ‘ndrangheta e di settori deviati degli apparati di sicurezza nazionale“.
Ma c’è di più, nel giugno 2015, il pentito di ‘Ndrangheta Vittorio Foschini rivelò che “Antonio Papalia parlò con i servizi che, dando il nulla osta all’omicidio Mormile si raccomandarono di rivendicarlo con una ben precisa sigla terroristica che loro stessi indicarono”, disse anche che “Domenico Papalia, fratello di Antonio, aveva rapporti con i servizi segreti con i quali aveva colloqui nel carcere di Parma. Ciò appresi da Antonio Papalia in occasione della preparazione dell’omicidio dell’educatore carcerario Mormile. Mormile, a dire di Antonio Papalia, venne ucciso proprio perché si fece sfuggire con un detenuto di questi colloqui fra Domenico Papalia e i servizi segreti”.
Nello stesso periodo, durante il processo sulla trattativa “Stato-Mafia”, si apprese che le telefonate giunte all’Ansa con le quali la Falange Armata rivendicava le proprie azioni provenivano tutte dalle sedi dell’allora Sismi. Tutti gli ingredienti “usuali” di uno dei tanti misteri italiani.
Salvatore Pizzo

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